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L’occhio allegro del Messico

È seminando competenze mediche destinate a restare sul territorio che Theo Signer e il suo gruppo di volontari combattono la cecità negli angoli più poveri del Messico, quest’anno dello Yucatàn.

Chirurgo oculare, consigliere comunale PLR a Morcote, carattere aperto al dialogo, Theo Signer è una persona con cui è gradevole confrontarsi. Di recente è balzato all’onore delle cronache per un’attività che in verità svolge da anni, consistente nel guidare missioni mediche nelle province del Messico per operare ad un occhio i non vedenti e così restituire loro l’indipendenza nella vita e il ruolo nella famiglia. Missioni che comportano dei sacrifici non da poco, quali rinunciare alle vacanze, autofinanziare le spese personali di viaggio e soggiorno, lavorare senza sosta perché ogni ora in più si traduce in una guarigione addizionale. Non che non gli piaccia divertirsi in Sardegna o in Engadina, ci confessa. Ma quando rientra in Ticino con la sua squadra di volontari, dopo avere operato di cataratta centinaia di persone di tutte le età che da cieche sono ritornate a vedere, allora sì che si sente realizzato. I messicani sono persone semplici e ringraziano il buon Dio. Dal suo canto, Signer mantiene un profilo basso, quello della persona normale che sa usare le proprie competenze per aiutare chi dalla vita ha avuto di meno. Lo incontriamo reduce dall’ultima missione nello Stato di Quintana Roo, nella penisola dello Yucatàn, dove ha sfidato l’uragano Milton, al quale non si è arreso. Sua grande soddisfazione è l’aver rivisto Maria, bambina di quindici mesi che aveva operato lo scorso anno da neonata e che oggi conduce una vita normale.
Sono passati pochi giorni dall’evento “l’occhio allegro del Messico”, tenutosi ai Docks di Pian Scairolo. In questa occasione la “Swiss Foundation Against Blindness in Mexico”, promotrice delle iniziative della squadra di Signer, si è presentata ai sostenitori per raccogliere i fondi necessari per coprire i costi fissi delle missioni. Sì, perché operare seicento persone l’anno a migliaia di chilometri da casa costa. Anche se il personale medico e paramedico come abbiamo visto si spesa da solo, restano da finanziare le spese per attrezzature, strumenti, cristallini artificiali e quant’altro necessario, ed ecco il ruolo della Fondazione. Fra l’altro, Signer ci confida che l’anno prossimo toccherà a lui assumerne la presidenza, dato che Alex Heuberger, il fondatore, si dimetterà dopo ben venticinque anni di attività per favorire il ricambio. La cena, quasi trecento persone presenti nonostante la neve che il 21 novembre scendeva sul luganese, era finalizzata a questo scopo. Alla presentazione formale fa seguito un dibattito interessante, molto diretto, in cui si scambiano opinioni con i volontari, spesso amici di vecchia data. Nel gruppo di Signer tutti sono uguali, tutti rappresentano un medesimo ideale. Fra di loro riconosciamo Dada Michel, titolare di un negozio di ottica e Grant Benson di Radio Morcote International. “Cosa c’entra Grant?”, mi viene da chiedere. La risposta di Theo è immediata. “Una mattina ci incontriamo in un bar di Morcote. Cosa fai tu di utile nella vita? - gli domando – E da allora è sempre al nostro fianco”.
Ma quale immagine di questo gruppo di arditi resterà nel pubblico una volta terminate cena e proiezioni? Un memento ci verrà forse dal quadro con cui il pittore Luca La Marca ha messo su tela l’evento, con il suo particolare stile che predilige la tecnica del collage misto ad acrilici, intonaco e piccoli attrezzi da sala operatoria. Viene dipinto sul posto e consentirà ad ognuno degli ospiti, invitato a fornire il proprio contributo con una pennellata, un ricordo particolare della serata. Il quadro oggi fa bella mostra di sé nell’ufficio di Signer. Osservatelo con attenzione qui a margine, ma non lasciatevi fuorviare dalla forza delle immagini. I protagonisti dell’“Occhio allegro del Messico” non si identificano certo in Superman. Così, casomai, vengono visti da chi riacquista la vista, il cui sentimento è bene espresso nel “Gracias” e nel cuore.

Signor Signer, l’oftalmologia e il Messico sembrano essere parole magiche. Cosa significano per lei?

Sono due temi strettamente collegati perché in assenza delle mie competenze chirurgiche specialistiche non avrei mai conosciuto il Messico e senza il Messico mi sarebbe stato difficile realizzare un aspetto importante del mio sentire la vita. La mia storia, professionale e personale, è segnata dall’incontro con due grandi personaggi dell’oftalmologia, Lorenzo Artaria e Alex Heuberger. A Zurigo, da studente di medicina, sono a lungo stato incerto su quale specializzazione percorrere. È grazie ad Artaria che alla fine mi sono avvicinato all’oftalmologia sia per il fascino di tutto quanto ha a che fare con la luce, sia per la grande vicinanza psicologica al paziente che la cura dell’occhio richiede e di conseguenza consente. Ed è così che oggi mi ritrovo a lavorare come Primario e Direttore sanitario (CMO) alla Clinica Avanti di Sorengo, dove mi ha portato l’amico Lorenzo. Solo in seguito conoscerò Alex che venticinque anni fa, assieme ad un amico anestesista del posto, iniziava ad operare i più poveri in Messico. Da questa iniziativa nascerà il progetto contro la cecità in Messico del quale faccio parte, un progetto meraviglioso che mi permette di restituire, almeno in parte, tutto ciò che la società mi ha dato. Viaggiando per le regioni più povere mi rendo ogni giorno conto di quali privilegi godo in quanto svizzero. Conosco colleghi che svolgono missioni analoghe in Centroamerica o in Africa. Certo, un cambiamento sarebbe arricchente, ma io sono troppo legato alla nostra Fondazione e al Messico, che non abbandonerò mai.

Come vivono i messicani?

A Quintana Roo veniamo a contatto con il popolo delle province messicane, quello che i turisti non hanno occasione di conoscere. È gente buona che ci aspetta a braccia aperte e ringrazia Dio per quanto ricevuto. Sono anche superstiziosi e legati alla tradizione contadina. Pensate solo che, nell’incertezza di decidere se farsi operare o meno, spesso per una seconda opinione consultano non il medico di famiglia ma lo sciamano, che evidentemente ne svolge le funzioni. La famiglia è il nucleo della società e non abbandona i malati. Anzi, come nel caso dei non vedenti, che in questo ambiente divengono inutili e indifesi, li protegge e sostiene. Ogni volta che un cieco recupera la vista, è di conseguenza il benessere dell’intera famiglia a trarne giovamento, con un suo componente che ritorna al lavoro e porta un reddito addizionale. Veniamo a contatto per lo più con contadini, ma anche con soldati e con poliziotti, quest’ultime professioni frequenti in un paese instabile. Non ci siamo però mai imbattuti in contrabbandieri o trafficanti, forse rispettano il valore della nostra missione. Le case sono modeste con tetti spesso in lamiera, poche finestre e brande posate sul pavimento.  Non manca mai un piccolo giardino in cui non è raro vedere una mucca, fonte generosa di nutrimento. Se cercate un ristorante, lo troverete sul davanti di una casa privata. Sedetevi e velocemente la tavola sarà imbandita di cucina locale, di tradizione Maya, fra cui spiccano sminuzzato di maiale speziato e zuppa di fagioli oltre che, evidentemente, molte delle verdure che qui la natura sa offrire in abbondanza. Ma il meglio viene la sera, quando vi fermate in uno spiazzo e scaricate musica da Spotify. Ecco nascere una discoteca spontanea, con i ragazzi del luogo che ballano e sorseggiando una birra vi fanno compagnia. I messicani sì che sanno cosa è l’allegria!

Mi può descrivere una missione tipo?

Ogni missione parte da un accordo con il Governo messicano, che ci indica dove operare. L’anno prossimo andremo a Città del Messico e a Cancun. Nei nostri confronti il Governo si è sempre comportato in modo corretto, anche se ben conosciamo le problematiche del paese. La situazione è migliorata di recente con la nuova presidente Claudia Sheinbaum Pardo, che si mostra capace di adottare politiche incisive. Una volta arrivati sul posto troviamo le attrezzature fisse già pronte, preparate e immagazzinate in precedenza. A questo punto la squadra è operativa, quest’anno era composta da venticinque persone, dodici svizzeri e tredici messicani, fra cui quattro e due chirurghi rispettivamente. Il mix di nazionalità è il fattore cruciale per il successo di lungo termine del nostro programma. Nell’immediato, il personale messicano ci aiuta a comprendere meglio il paziente e ci insegna la pazienza e la dolcezza che dobbiamo mostrare nei suoi confronti. Sotto il profilo strategico, invece, la Fondazione vuole trasmettere le competenze della chirurgia svizzera, in modo che restino sul territorio anche dopo la nostra partenza. I giovani medici messicani ci insegnano ma allo stesso tempo apprendono da noi e così migliorano come chirurghi. Molto motivati, sono disposti a lavorare dieci ore al giorno e ci sono da stimolo, ricordandoci che ogni minuto sprecato significa un cieco in più che ci lasciamo dietro senza averlo potuto operare. Rispetto alla situazione in Svizzera, qui incontriamo alcune differenze. L’occhio del paziente è particolare date una più violenta esposizione alla luce e la diversa alimentazione. Non è inoltre raro dover operare diabetici o pazienti il cui cristallino si è indurito. Ma se la retina è ben funzionante, il nostro intervento sarà decisivo. Operando un solo occhio riusciamo a raddoppiare il numero dei pazienti curati. Non vi lasciate impressionare, anche da noi è normale incontrare persone che per vari motivi usano del tutto o in modo prevalente un solo occhio e ci vedono benissimo. Terminata l’operazione, ecco il giubilo del paziente e della famiglia. Potremo allora veramente affermare che “l’occhio è tornato ad essere allegro”. Il sentiero da percorrere è però ancora lungo, in Messico più di ottocentomila persone soffrono di cataratta, nel quarantacinque per cento dei casi per cecità.

Perché dice che il Messico le ricorda un poco il Ticino?

È vero, ho fatto la battuta cui lei si riferisce non solo per ravvivare una cena, ma anche perché questo è il mio sentimento. In Ticino come in Messico lavoriamo sodo ma sappiamo anche divertirci. Questo è un fattore che ci accomuna e che agevola le nostre missioni. Osservate le fotografie riprodotte di seguito, non vi ispirano allegria anche quando rappresentano sale operatorie e malati con una benda su un occhio?

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Intestazione relazione: Projekt gegen Blindheit in Mexiko